Siamo un gruppo di ragazzi nati negli anni ottanta, e siamo diventati adolescenti nei duemila ascoltando la musica degli anni novanta. Abbiamo cominciato da bambini coi vinili, abbiamo fatto mille viaggi in autobus con il walkman, poi siamo passati al lettore cd, e ancora si usciva di casa con un disco soltanto. L’mp3 ci ha tolto quest’intimità feticista con l’oggetto, ma ci ha aperto le porte di un mondo nuovo, e intere discografie ci stavano in una mano. Abbiamo eliminato infine pure quello, la musica ora è online, e c’è tutta quanta.

Dopo aver provato tutti i mezzi, però, la vera domanda non è come, ma cosa ascolteremo. Ci chiediamo insomma che futuro possa avere la musica, forse capita anche a voi: cosa ci può essere di più sperimentale, dissonante, visionario, di ciò che già è stato fatto? Quali altri strumenti dovremo costruire, in che modo cambierà il modo che abbiamo di ascoltare? Le note sono solo 7, quante melodie e ritmi ci rimangono da scoprire?

Abbiamo già ascoltato tutto?

L’impressione, un po’ nostalgica, è che di Grandi non ne verranno più. Allunghiamo il collo all’orizzonte alla ricerca degli eredi dei Radiohead o dei Foo Fighters, o di Aphex Twin, o di Marilyn Manson, ma non vediamo altro che mare piatto.

Ai concerti non ci va più nessuno. Se non hai soldi il tuo album marcisce negli scaffali degli amici che lo hanno comprato per solidarietà. E David Bowie è morto, Michael Jackson è morto, Kurt Cobain è morto.

Eppure…

Eppure amiamo troppo la musica, perché senza la musica la vita sarebbe un errore, come dice Nietzsche, e se è vero che “ai miei tempi si stava meglio perché si stava peggio”, come dicono i vecchi, è anche vero che niente come la musica sa adattarsi all’evoluzione, l’abbiamo visto con i nostri occhi.

E lo vediamo con i nostri occhi quando supportiamo la band locale anche quando suona a 100 km di distanza, quando aspettiamo con ansia infantile l’uscita del nuovo disco dei Mogwai e quando accendiamo la ciabatta in saletta sicuri che oggi improvviseremo qualcosa di geniale. Il mare è piatto, ma la vita c’è, è tutta lì sotto. Ci vorrebbe un’onda per movimentare un po’ il tutto.

Audiotide nasce con questo presuntuoso obiettivo, smuovere un pochettino i flussi, se proprio l’onda non vuole arrivare. Con la condivisione, una parola meravigliosa che di questioni ne risolverebbe tante, con lalibertà di una ricerca musicale comoda e mirata, con la democraticità dei feedback ponderati sulla serietà del giudizio.

È una piattaforma online, nulla di più. Tre sono gli attori: gli ascoltatori, i recensori e i musicisti. Le necessità di questi tre attori sono connesse in modo tale che interagendo si aiutino a vicenda. Vogliamo un meccanismo che si autoalimenta suonando, ascoltando e giudicando allo stesso tempo, tutti insieme come un’onda per smuovere il fondale, e trovare quel gruppo folk salentino che oggi avevamo proprio voglia di ascoltare, o gli eredi dei Radiohead, chi lo sa?

Ad ogni modo, tentare non costa nulla. Amiamo la musica e amiamo smanettare con l’informatica, tanto basta. Forse questa è l’unica cosa che avremmo dovuto dirvi fin dall’inizio, per spiegarvi da dove nasce Audiotide.

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